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“IL POTERE DEI PIÙ BUONI E ALTRE SCONVENIENZE”:  LA JUDICIAL LEGISLATION ALL’ITALIANA – DI OLIVIERO MAZZA

“IL POTERE DEI PIÙ BUONI E ALTRE SCONVENIENZE”: LA JUDICIAL LEGISLATION ALL’ITALIANA – DI OLIVIERO MAZZA

MAZZA – IL POTERE DEI PIÙ BUONI E ALTRE SCONVENIENZE.PDF

di Oliviero Mazza

Una breve recensione de Il potere dei più buoni e altre sconvenienze, di Lorenzo Zilletti.

Lorenzo Zilletti ci regala uno specchio lucidissimo nel quale si riflette perfettamente il volto sfigurato della giustizia penale contemporanea, di solito coperto dalle massicce dosi di belletto che larga parte della dottrina si ostina a impiegare in esegesi sempre più lontane dalla realtà e dai grandi temi di fondo, aspetti che, al contrario, sono affrontati di petto da Il potere dei più buoni e altre sconvenienze[1].

Il maggior pregio dell’opera è proprio l’obiettività di un’impietosa analisi critica condotta con spirito dichiaratamente politically incorrect, ma sorretta da un’inesauribile passione civile che ci restituisce un quadro tanto sconfortante quanto realistico. Una testimonianza di genuina democrazia, rara avis in un contesto storico in cui le tensioni ideali sono sacrificate a un insano pragmatismo.

Definire questo libro un pamphlet è certamente riduttivo. Al netto di alcuni gustosissimi divertissement, come quello in cui si immagina l’ordinanza che avrebbe emesso un italico tribunale del riesame nel celebre caso di Dominique Strauss Kahn o si stila un vocabolario semiserio che merita di essere costantemente aggiornato, il volume si compone di densi saggi scientifici sulla profonda crisi, di legalità e di legittimazione, in cui versa il processo penale e con esso la relativa giurisdizione.

Il rigore scientifico, del resto, è testimoniato dai riferimenti culturali dichiarati ai quali l’Autore rende un sincero omaggio nella prima parte dell’opera: Italo Mereu, Massimo Nobili e, da ultimo, ma solo in ordine di tempo, Marcello Gallo.

Il filo conduttore è la denuncia dell’indipendenza dei giudici dalla legge, già preconizzata da Nobili, e puntualmente realizzatasi, con evidente paradosso, nell’era post-giusto processo costituzionalizzato. Sul tavolo autoptico di Zilletti si trova il corpo esanime del codice di procedura penale, prematuramente scomparso per lasciar posto alla procedura penale giurisprudenziale. Regole probatorie, proroga delle indagini, disciplina della prescrizione durante e dopo la saga Taricco, vincolo del precedente in Cassazione, inammissibilità dei ricorsi impiegata quale arma di deflazione di massa, sono solo alcuni temi sui quali l’Autore sofferma la sua riflessione, cogliendone ogni implicazione politica, anche grazie all’osservatorio privilegiato del Centro Studi giuridici e sociali “Aldo Marongiu” che da anni presiede.

Il vero oggetto dell’interesse di Zilletti è, tuttavia, la giurisdizione e in questo l’Autore intuisce precisamente il profilo di maggior criticità del crepuscolo della legalità tanto sostanziale quanto, se non soprattutto, processuale.

Nei primi anni di vigenza del codice Vassalli, il tema più dibattuto era il gigantismo del pubblico ministero, dominus incontrastato delle indagini preliminari e della prova d’indagine destinata a refluire sul tavolo del giudice una volta rotti gli argini della separazione fra le fasi. Nel tempo, abbiamo assistito a un mutamento difficilmente prevedibile: il pubblico ministero ha visto progressivamente ridursi la sua statura di figura egemone del processo in modo inversamente proporzionale al trasferimento in capo al giudice della tensione punitiva. La commistione di funzioni nell’unico corpo di magistrati, stigmatizzata dall’Autore e di solito giustificata con la necessità di mantenere il pubblico ministero nella cultura della giurisdizione, ha partorito l’effetto osmotico inverso, quello di trasmettere al giudice la cultura dell’accusa.

Da qui nasce il potere dei più buoni, alimentato da principi ed ermeneutiche finora sconosciuti alla dogmatica e lontani dal dato positivo, teleologicamente orientato a rendere una giustizia al di là e a prescindere dalla legge. Soprattutto la legge processuale è vittima del diritto floscio e delle teoriche della post-modernità che altro non sono se non il goffo tentativo di rendere socialmente accettabile un atteggiamento teso a rimuovere ogni limite e ogni ostacolo all’esercizio del potere punitivo. Il giudice diviene così il creatore delle regole del rito, attraverso un’azione che muove dalla decostruzione del codice nella sua componente precettiva per giungere alla ideazione di una nuova disciplina processuale giurisprudenziale che, snellendo le forme, si presenta nella sostanza più utile per il raggiungimento del risultato.

Si pone così l’ultimo tema, quello della legittimazione democratica dell’opera del “burocrate creativo”, al di là della patente violazione del sistema costituzionale imperniato sulla soggezione del giudice alla legge. La conclusione di Zilletti non può che essere condivisa da chi abbia sinceramente a cuore il destino della democrazia: una magistratura politicamente irresponsabile e reclutata per concorso si giustifica soltanto con la sua effettiva soggezione alla legge. Fuori da questo quadro, allignano funesti autoritarismi e poteri incontrollati. E non è sufficiente invocare una legittimazione sostanziale dell’ordine giudiziario, fondata sulle pulsioni più repressive della nostra società vendicativa, per giustificare l’attuale judicial legislation all’italiana che rimane al di fuori del quadro costituzionale. Non si può derogare se non altro alla regola fondamentale per cui chi compie scelte politiche, nel caso specifico, di politica del diritto, deve essere portatore di una responsabilità politica in senso proprio.

A dispetto della complessità dei temi, l’Autore, noto avvocato fiorentino, riesce sempre a stemperare la critica caustica con una sottile ironia tipicamente toscana, rendendo così la lettura piacevole e avvincente. Un libro che fa davvero riflettere, che sollecita il lettore alla comprensione di fenomeni troppo spesso subiti passivamente come se fossero ineluttabili e che dovrebbe servire almeno a risvegliare la coscienza della dottrina da troppo tempo assopita dinanzi alla profonda involuzione degli assetti di potere nel nostro Paese.

[1] (Mimesis Edizioni, 2020, pp. 175).