IL PENSIERO E LA LEZIONE DI ALFREDO DE MARSICO A QUARANT’ANNI DALLA SCOMPARSA – DI FABIO PINELLI
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IL PENSIERO E LA LEZIONE DI ALFREDO DE MARSICO A QUARANT’ANNI DALLA SCOMPARSA.
di Fabio Pinelli
La relazione tenuta dal Vice Presidente del C.S.M. Avv. Fabio Pinelli al Convegno “Il pensiero e la lezione di Alfredo De Marsico a quarant’anni dalla scomparsa”, tenutosi a Napoli il 5 dicembre 2025.
Non è facile tratteggiare in uno spazio ridotto lo straordinario profilo di Alfredo De Marsico, riassumere in un breve scritto gli innumerevoli spunti che è possibile trarre dal suo fervido pensiero e dalla sua incessante opera.
Laureatosi nel 1909 con una tesi in diritto civile, sulla compravendita di cosa futura, fu fin da subito apprezzato come avvocato penalista, distinguendosi per le sue già eccelse capacità oratorie.
Conseguì la libera docenza in diritto e procedura penale a Roma nel 1915, dopo aver pubblicato numerosi saggi e la monografia su “La rappresentanza nel diritto processuale penale”, nella quale svolse con rigorosa lucidità interessanti ed ancora attualissime riflessioni sulla figura del pubblico ministero, ritenendo improprio che egli potesse essere collocato in una posizione quasi parallela a quella del giudice, dovendo essere piuttosto considerato una parte, contrapposta all’altra parte del processo, la difesa.
Già nei primi anni del suo impegno, nelle aule di udienza ed in quelle universitarie, si affermò la figura dell’infaticabile studioso: «la mia è stata sempre una pazienza ostinata, caparbia, ossuta», scrisse qualche anno dopo. «Quando mi preparavo per la prima cattedra, dovetti scrivere per molti mesi a lume di candela perché mia madre non se ne accorgesse, preoccupata com’era della mia magrezza. Conquistata la cattedra, raccolti in una scatola da scarpe regalai a mia madre quei mozziconi di cera».
Negli anni successivi ricoprì le cattedre di Camerino, Cagliari, Bari, Bologna, Napoli e Roma.
Del De Marsico giurista nulla posso aggiungere a quello che è noto a tutti: la sua personalità si è stagliata nel mondo della scienza giuridica italiana in posizione di singolare originalità e di eccezionale fecondità, testimoniata dalla sua poliedrica produzione scientifica, nel settore sostanziale ed in quello processuale; affrontò spesso tematiche d’avanguardia, ed i suoi insegnamenti anticiparono di molti anni le elaborazioni della dottrina e della giurisprudenza e le scelte del legislatore, ad esempio sui temi della responsabilità degli enti collettivi, dei rapporti tra psicopatia e diritto penale, dei limiti del diritto alla vita e alla morte.
«Il pensiero, se mosso da brama di verità, è una vedetta sicura anche di avvenimenti che non appaiono ancora, ma fermentano in segreto», scrisse nel 1930 nella premessa al volume “Studi di diritto penale”.
La sua produzione scientifica proseguì ininterrotta per quasi settant’anni, spaziando tra monografie, articoli, note, prefazioni e contributi a riviste, rivelando un pensiero che si è sempre distinto per la virtuosa combinazione tra il rigore dogmatico e la sensibilità verso le evoluzioni sociali, un pensiero che influenzò intere generazioni di studiosi.
Alfredo De Marsico si definiva, ed in effetti fu, un «Maestro senza maestri»: cercò sempre una sintesi tra la scuola classica e quella positiva, sia quando allargò lo sguardo verso i più suggestivi ed incerti orizzonti delle teorie generali, sia quando approfondì i settori particolari dei vari istituti.
La solida impostazione delle sue opere, la risoluzione di una vasta rete di problemi, l’anticipazione originale e felice di numerose svolte interpretative che ebbero a maturarsi molti anni più tardi, costituiscono la ineguagliabile cifra della sua imponente personalità.
Vorrei qui ricordare le sue riflessioni sulla funzione della pena, sullo scopo che le si debba attribuire per legittimare il terribile potere, di cui l’uomo si investe, di giudicare e di punire il suo simile: il tramonto della visione esclusivamente retributiva della pena, scrisse De Marsico, costrinse i sostenitori di quella teoria a «flettere, con gli accorgimenti più sottili e nascosti, il concetto stesso della retribuzione, fino a comprendere nel suo ambito quegli altri scopi che, all’infuori di essa, alla sanzione bisogna prefiggere».
Costante ed indefesso fu il suo impegno sociale.
Eletto deputato nell’aprile del 1924 nella cosiddetta “lista nazionale”, fu rieletto nelle elezioni plebiscitarie del 1929.
Dal 1939 al 1943 fu membro del Consiglio della corporazione delle professioni e delle arti, in rappresentanza degli avvocati e dei procuratori.
Il 5 febbraio 1943 fu nominato Ministro di Grazia e Giustizia: quella nomina in un certo senso sorprese De Marsico, che, ancora giovanissimo, aveva fondato ad Avellino un circolo liberale, e che si definiva «un fascista non conformista»; qualche anno prima, al termine di un suo discorso in Parlamento, Mussolini, dai banchi del governo, aveva per l’appunto replicato «E già, onorevole De Marsico, voi siete sempre il solito liberale del fascismo!».
Qualche decennio dopo, rievocando quei giorni, De Marsico ebbe a scrivere che «andai da Mussolini e gli presentai il mio programma di Ministro, per iscritto, in tre righe: nessun favore ai fascisti, nessuna persecuzione agli antifascisti. Sarò il Ministro dello Stato e non del Regime».
È ben noto che fu proprio Alfredo De Marsico a dare forma giuridica all’ordine del giorno Grandi, che il 25 luglio 1943 portò alla deposizione di Benito Mussolini.
Egli ricordò poi che all’alba del 27 luglio Grandi gli offrì di accompagnarlo in Brasile, per scongiurare il concreto rischio, per i firmatari di quell’ordine del giorno, di cadere nelle mani dei tedeschi.
Ma Alfredo De Marsico non lasciò mai l’Italia.
Fu condannato a morte in contumacia il 10 gennaio 1944 nel processo di Verona, celebrato dal Tribunale speciale della Repubblica Sociale Italiana, per la violazione dell’art. 241 del codice penale, che incrimina chi attenti alla integrità, alla indipendenza ed alla unità dello Stato; di quella condanna egli dirà, qualche decennio dopo, che l’art. 241 era «il più improprio che si potesse citare»: «Noi del 25 luglio non agivamo per accordi presi con lo straniero, né con l’intento di cedere allo straniero la sovranità del nostro territorio, né per menomare la nostra indipendenza, né per sciogliere l’unità della Patria: noi agivamo anzi, per deprecare ed evitare questi mali, nella previsione … che il pieno ritorno alle garanzie costituzionali conferisse alla Nazione una maggiore compattezza e ne facesse il pilastro di sé stessa».
Dopo la caduta del fascismo De Marsico subì le conseguenze dei procedimenti epurativi: fu allontanato per quattro anni dal Foro, e per ben sette anni rimase lontano dagli ambienti accademici.
Il suo strazio è ben rappresentato in un suo scritto del 1978, Apogeo: «il non poter frequentare le aule universitarie e il distacco dagli studenti mi fu più doloroso dell’altro, anch’esso dolorosissimo, dalle aule dei tribunali. L’attività che ivi si spiega dà una ebbrezza difficilmente esprimibile; l’ora della conversazione universitaria porta a una serenità luminosa, alla coscienza di una funzione spirituale che quasi nessun’altra intimità uguaglia».
All’epurazione amministrativa non si aggiunse il procedimento penale, che l’alto commissario aggiunto per i delitti fascisti Mario Berlinguer gli risparmiò: rispondendo alla sua lettera di ringraziamento, Berlinguer, riconoscendone l’altissima statura morale, gli scrisse che «non ho fatto che il mio strettissimo dovere, per evidenti motivi di giustizia e di rispetto .. al più grande ed onesto avvocato e giurista del nostro tempo».
De Marsico tornò ad insegnare a Roma nel 1950, richiamato dal preside della facoltà di giurisprudenza Filippo Vassalli, svolse ancora per decenni la sua intensa attività professionale e proseguì nel suo illuminato impegno civile: fu eletto senatore nel 1953, come indipendente nella lista monarchica di Achille Lauro; all’inizio degli anni Settanta pubblicò su numerose testate nazionali le sue ancora attualissime riflessioni contro la politicizzazione della magistratura, che egli riteneva gravissima minaccia della stessa indipendenza di quel potere dello Stato.
Alfredo De Marsico è stato un gigante, un vero fuoriclasse, dell’avvocatura: innamorato della sua professione, che esercitò con infaticabile passione, egli ancora in età avanzata attraversava l’Italia passando da una curia all’altra, senza patire il peso degli anni e gli acciacchi della vecchiaia.
Il 15 luglio 1975, presentando a Fasano il quinto volume delle sue Arringhe, disse che «entrato per caso nel mondo dell’avvocatura, ho visto nell’esercizio di questa professione uno spazio che abbraccia l’universo, ho avvertito l’infinito dello scibile, e questo mi ha posseduto fino a subirne un fascino irresistibile. Ho amato l’avvocatura con tale potenza, l’amo ancora con tale intensità, che potrei esprimere questa mia passione con le parole che Wagner pone sulle labbra di Parsifal: “per sempre tu ti danneresti con me, se un’ora sola dimenticassi la mia missione”, e non vi è stata un’ora della mia vita in cui io abbia tradito l’avvocatura».
Difese davanti al Tribunale di Benevento, e poi in Cassazione, Pier Paolo Pasolini, tratto a giudizio per rispondere di delitti contro la moralità pubblica e il buon costume per le scene del suo film “I racconti di Canterbury”: Pasolini, l’intellettuale comunista difeso da De Marsico, il giurista di spicco del regime fascista, che aveva collaborato ai lavori preparatori di quello stesso codice la cui violazione veniva contestata a Pasolini.
Si fece tossicologo per affrontare il caso Nigrisoli, il famoso processo del curaro; psicologo e psichiatra per i processi Conti e Braibanti; geologo nella difesa di Violin, per la strage del Vajont; chiamato a Sulmona per difendere un ingegnere accusato di omicidio colposo per folgorazione, si immerse nello studio dei trasformatori ad alto potenziale.
La rivista Panorama lo definì “Il fenomeno De Marsico” in un articolo del 10 novembre 1980, raccontando con stupore il vigore con cui, a 92 anni, egli difese Angelo Izzo, accusato della strage del Circeo.
Ma non è con un elenco – che davvero dovrebbe essere interminabile – dei suoi processi più celebri che voglio terminare questo mio breve scritto.
Le ultime parole voglio dedicarle al De Marsico inimitabile ed ineguagliato oratore.
L’arringa di Alfredo De Marsico non fu soltanto una imponente e perfetta costruzione, che definirei “architettonica”, eretta a tempio della parola; fu anche un reticolo di saperi multidisciplinari, tutti piegati alla dimostrazione difensiva.
Grazie alla profondità dei contenuti ed alla genialità delle immagini che egli riusciva a evocare, l’arringa, il cui destino è quello al più di brillare nell’aula di giustizia ma fatalmente di durare la gloria di un giorno, con Alfredo De Marsico travalicò lo spazio e il tempo della difesa della causa, verrebbe da dire del microcosmo forense, ponendosi come modello assoluto di scienza e di argomentazione.
Concludo citando alcuni passaggi di una sua intervista del 1929, proprio sul tema della preparazione dell’arringa difensiva.
«Un’arringa non si prepara: l’arringa nasce … come la creatura umana: impeto di amore fra l’avvocato e la sua causa», spiegava.
De Marsico considerava imprescindibile punto di partenza il meticoloso studio di ogni singolo atto dell’incarto processuale: «L’elaborazione critica di un processo comincia in me solo dopo che il sentimento di responsabilità si plachi nella piena sicurezza di possedere e dominare il contenuto di tutti gli atti».
Quando lo studio era completo, aggiungeva, «ha inizio in me, senz’alcun intervento della volontà, come per un processo spontaneo di vegetazione delle idee, quella felice inquietudine del cervello e dell’animo, che, tumultuando senza angoscia ed affaticandosi senza pena, a poco a poco abbozzano e precisano il disegno dell’arringa».
«Il resto è ansia e febbre della mente».
A chi gli chiedeva quale fosse il modo migliore per costruire un’arringa, egli rispondeva deciso che non potevano esservi «metodi o prescrizioni efficaci per tutte le occasioni. Come si prepara la tela di un romanzo o di un dramma? Come si prepara una sinfonia? Come si prepara una lirica? Come si prepara una statua? Ognuna di queste frasi è un contrasto insanabile: preparare è soprattutto opera della mano, mentre romanzo, dramma, sinfonia, lirica, statua sono creazioni dello spirito».
Dunque, l’arringa intesa come un’opera d’arte, nella quale convivevano la bellezza della parola ed il rigore dimostrativo, senza mai seguire un testo predefinito: «il massimo della preparazione interiore, per la massima possibilità di improvvisazione», diceva, al fine di realizzare «il trapasso di una tesi dall’ombra in cui è sepolta allo splendore dell’evidenza».
Uno sforzo da profondere in ogni causa, anche in quelle il cui esito poteva sembrare compromesso: «non vi è causa, anche la peggiore, che non presenti una piega da cui si possa svolgere la richiesta di un beneficio, di una attenuazione, perché non vi è male che non tocchi per un orlo della sua nuvolaglia la sfera della luce. Chi vede quel margine e vi si attiene, chi eviterà di ferire il sentimento di chi ascolta, salverà il cliente e l’arte».
Sono, dunque, ancora attualissimi il pensiero e la lezione di Alfredo De Marsico: egli offrì alla scienza del diritto penale un contributo che il tempo non cancellerà; mai si chiuse nel perimetro dei suoi studi, né chiuse il suo pensiero nello splendore dei suoi scritti, ma lo portò con ineguagliabile passione nelle aule di università e nei tribunali; il suo costante impegno sociale fu animato da una humanitas completa ed assoluta, dalla fede incrollabile negli ideali di libertà e giustizia e da una naturale e fortissima empatia verso il prossimo.
Un Maestro del diritto, un gigante dell’avvocatura, un raffinato intellettuale che ha costantemente messo al servizio della collettività la sua straordinaria sensibilità e la sua cultura fuori dal comune; un grande Uomo, al quale la comunità dei giuristi deve continuare a manifestare entusiastica ammirazione e profonda gratitudine.