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LE RAGIONI  DELLA RIFORMA – INTERVISTA A CESARE SALVI

LE RAGIONI DELLA RIFORMA – INTERVISTA A CESARE SALVI

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Referendum sulla giustizia. Le ragioni della riforma.

La sinistra ha spesso oscillato (come anche la destra) tra garantismo e giustizialismo. A mio avviso, è la prima via quella giusta.

Intervista a Cesare Salvi

Già Ministro del Lavoro e della Previdenza sociale, Vicepresidente del Senato e Professore ordinario di Diritto civile

(a cura della redazione di Diritto di Difesa)

La riforma è stata spesso rappresentata come uno spartiacque epocale. Ritiene che la separazione delle carriere segni un completamento del modello accusatorio o una rottura con la tradizione costituzionale, che ad alcuni è apparsa persino eversiva?

Non mi pare ci sia niente di epocale; si esagera da una parte e dall’altra.

In che misura la separazione delle carriere può rafforzare il principio di terzietà del giudice e la cultura della giurisdizione, come previsto dall’art. 111 Cost.?

Sono stato sempre favorevole alla “separazione delle carriere” (ricorda che ne parlai a un convegno dell’Unione Camere penali nel 2006) per ragioni garantiste, in continuità con la riforma del codice di procedura penale. Per questo fui promotore della riforma dell’art. 111 della Costituzione, in cui 2° co. prevede la terzietà del giudice e il ruolo di “parte” del pm. Quella riforma aveva anche l’obiettivo di reagire a una giurisprudenza della Corte costituzionale che stava eliminando alcune garanzie di “parità” tra pm e difesa, introdotte dalla riforma Vassalli.

Avverte il rischio di una sottoposizione del PM all’esecutivo o di una menomazione all’indipendenza della magistratura?

La tentazione c’è stata in settori del sistema politico, ma il testo approvato è chiaro nel confermare le garanzie costituzionali di indipendenza; altrimenti non sarei favorevole.

Si parla di due CSM, due organi di autogoverno. È una maggiore garanzia di indipendenza o un rischio di duplicazione corporativa?

Solo il futuro lo dirà! In ogni caso, i due organi sono coerenti alla logica della riforma.

La riforma si accompagna alla previsione di un’Alta Corte disciplinare. È un passo verso una maggiore trasparenza o un possibile vulnus per l’autonomia?

La normativa sull’Alta Corte presenta qualche criticità, ma l’obiettivo di maggiore chiarezza (anche con la tipizzazione) nella repressione degli illeciti è condivisibile.

Non teme che l’attuale dibattito, più che sul merito della riforma, sia divenuto eccessivamente polarizzato, segnato da paure e retaggi di categoria?

Il dibattito è indubbiamente troppo polarizzato; la responsabilità, più che dell’Anm (che difende il suo ruolo), è delle forze politiche, che ne stanno facendo un’ordalia non giustificata dal senso e dalla portata della riforma.

Come valuta la tesi secondo cui la separazione indebolirebbe il “corpo intermedio” della magistratura e la sua unità democratica?

Non vedo un indebolimento della magistratura, che non è un “corpo intermedio”, ma un importante “ordine” dello Stato (come dice la Costituzione), amministrata “in nome del popolo” e soggetta alla sovranità popolare che si esprime nella legislazione.  Tuttavia, per evitare che il potere che le spetta sia sottoposto ad altri “poteri” anche non istituzionali (il potere della ricchezza) è giusto che siano garantite l’indipendenza e autonomia, a tutela anche dei soggetti socialmente deboli. Certamente la dialettica tra democrazia politica e potere dei giudici è delicata; tutti gli Stati occidentali la conoscono, e la ricerca di un equilibrio è difficile e controversa non solo in Italia.

C’è un rischio che la riforma, pur nobile nelle intenzioni, venga strumentalizzata nella dialettica politica e perda il suo significato istituzionale?

È questo il vero rischio del dibattito politico in corso. Bisognerebbe stare il più possibile nel merito, sia da chi condivide la riforma, sia da chi, legittimamente, è contrario.

Qual è, secondo lei, l’elemento più frainteso del progetto di riforma?

Che si tratti di una scelta a favore o contro la magistratura e la sua indipendenza.

Ritiene che la separazione delle carriere sia una battaglia riconducibile soltanto alla destra politica, o piuttosto un tema che attraversa anche il pensiero riformista e le culture giuridiche garantiste di ispirazione progressista?

La sinistra ha spesso oscillato (come anche la destra) tra garantismo e giustizialismo. A mio avviso, è la prima via quella giusta, perché sono soprattutto i soggetti privi di altri strumenti di protezione ad avere bisogno, e diritto, a garanzie anche in sede giurisdizionale. È un diritto costituzionale, come dice l’art. 24, per il quale – tra l’altro – “la difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento”. Da qui il rilievo anche costituzionale del ruolo dell’avvocatura. Ricordo che nel 1987, in occasione del referendum sulla responsabilità civile, il Pci si schierò a favore, suscitando polemiche ostili da parte della magistratura. Certo poi la legge sul tema ha avuto vicende travagliate, non ancora concluse; ma questo è un altro discorso.