REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA: IL MIO SÌ ALLA RIFORMA – DI GIULIANO CASTIGLIA
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REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA: IL MIO SÌ ALLA RIFORMA
di Giuliano Castiglia
La relazione tenuta, in occasione della presentazione del Comitato di Palermo delle Camere Penali per il Sì alla riforma, dal Dott. Giuliano Castiglia, già Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Palermo e attuale Presidente della Corte di Giustizia Tributaria di primo grado di Palermo.
È interessante soffermarsi su quelle che non sono le ragioni per le quali al Referendum costituzionale della prossima primavera andrò a votare e andrò a votare SÌ.
Faccio tesoro, in proposito, dai sostenitori del NO perché questo, devo riconoscerlo, è l’unico campo in cui hanno non solo più argomenti ma anche argomenti più fondati dei sostenitori del SÌ.
Vediamo quali sono.
La Riforma non diminuisce i tempi dei processi; non snellisce la giustizia civile; non alleggerisce il sovraffollamento delle carceri; non attenua neppure la scarsità di risorse energetiche che affligge il Paese; e ovviamente figuriamoci se riduce il buco dell’ozono, anche se per quello, per fortuna, ci sta pensando, sembra molto efficacemente, il Protocollo di Montreal.
Ma che argomenti sono? Questo è sterile e fuorviante benaltrismo. Che poi, forse che la comunione tra giudici e pubblici ministeri, l’amministrazione correntocratica della giurisdizione fondata sul voto correntizio e la giurisdizione disciplinare domestica contribuiscono al contenimento dei tempi dei processi, snelliscono la giustizia civile, rendono accoglienti le carceri? Se questi ambiti dell’ordinamento giurisdizionale avessero un’incidenza, anche minima, sui tempi dei processi, sull’ingolfamento della giustizia civile e sull’affollamento carcerario, l’esperienza starebbe a dirci che l’attuale sistema questi problemi non contribuisce in alcun modo a risolverli ma semmai li aggrava.
Cosa s’intende dire? Chi suggerisce di votare NO, lo fa con ragioni che non hanno nulla a che vedere con il tema di cui stiamo parlando. E questo dimostra che argomenti pertinenti per sostenere il NO alla Riforma non ce ne sono o che, al limite, sono molto deboli e vanno spesi dopo avere cercato di confondere le acque.
Prima di passare alle ragioni per le quali bisogna votare SÌ, voglio fare un cenno a un altro aspetto.
È una riforma animata esclusivamente dalle migliori intenzioni? È una riforma che è venuta alla luce in modo inappuntabile? È una riforma perfetta sotto il profilo contenutistico?
Senza dubbio, la risposta a queste domande è “NO”.
Non posso nascondere che pure io, quando sento alcuni sostenitori o promotori della Riforma, anche ad alto e altissimo livello, esporre i loro scopi, avverto una forte agitazione interna.
È sotto gli occhi di tutti, poi, che il Parlamento abbia dato all’elaborazione della Riforma un contributo, diciamo così, assai limitato.
E, infine, non c’è dubbio che, dal punto di vista dei contenuti, si poteva fare meglio.
Ma tutto questo o è acqua passata o non c’entra niente con le scelte che siamo chiamati a compiere.
Adesso siamo al Referendum. E posti di fronte al Referendum, che ci chiede se approvare o non approvare la Riforma, cioè se lasciare tutto così come è oggi, con i risultati che ben conosciamo, o se introdurre un assetto nuovo e diverso, non possiamo che partire da due premesse.
1) Una legge si valuta per quello che stabilisce, non per le intenzioni, più o meno reali, di chi la promuove o la vota. In tanti spacciano i propositi di alcuni per la Riforma approvata dal Parlamento. Questa è propagandistica disinformazione. La Riforma è altro, è ciò che essa realmente stabilisce.
2) Il giudizio sulla riforma di un determinato assetto normativo non può essere assoluto ma deve essere necessariamente comparativo. Va considerato non se siamo di fronte alla riforma migliore possibile ma, più modestamente, se l’assetto riformato si presenta migliore o peggiore dell’attuale.
E allora perché bisogna approvare la Riforma andando a votare e votando SÌ.
Per le TRE semplici cose che la Riforma veramente fa.
1) La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, con la quale, allineando l’Italia a ciò che si registra nella quasi totalità degli stati liberali, chi accusa e chi giudica non saranno più colleghi di lavoro, che si amministrano reciprocamente e che, più o meno direttamente, dipendono l’uno dall’altro, con l’aggravante, nell’attuale assetto, delle comuni o contrapposte appartenenze partitiche. E questo senza abbandonare il principio di obbligatorietà dell’azione penale e senza sottoporre il Pubblico Ministero al potere esecutivo. Chi dice che saremmo di fronte al primo passo in questa direzione si misura nell’arte della chiromanzia, per carità rispettabilissima ma che con l’ordinamento giudiziario c’entra come il cavolo a merenda.
2) Libera finalmente il CSM dall’assoluto dominio correntizio, cioè dal controllo totalizzante dei partiti in toga, associazioni private che, tradendo lo spirito della Costituzione e le loro stesse basi ideali, da decenni occupano le istituzioni giudiziarie “con note di pesantezza sconosciute anche in sede politica”. Chi dice che i due CSM composti da sorteggiati saranno meno autorevoli e meno competenti contraddice la logica e, ancor prima, devo dire, è smentito dall’esperienza.
3) Pone fine alla speciale giurisdizione domestica in materia disciplinare gestita da un giudice, la Sezione disciplinare del CSM, il quale, oltre a porsi in contrasto col divieto costituzionale di istituire giudici speciali, diversi da quelli previsti dalla Costituzione, è del tutto privo di terzietà e imparzialità. In altri termini, avremo il giusto processo anche nell’ambito della giurisdizione disciplinare riguardante i magistrati.
E allora, se è vero che si poteva fare meglio, è altresì vero che il meglio è nemico del bene!
Se questa riforma supererà il vaglio referendario non solo migliorerà l’attuale assetto dell’ordinamento giurisdizionale ma sarà possibile sia puntellare alcuni profili con una ragionevole attuazione in sede di legge ordinaria sia mettere mano alla Riforma stessa, alla luce dell’esperienza, per porre rimedio ad alcune imperfezioni, più o meno significative.
Se invece il disegno approvato dal Parlamento non supererà il vaglio referendario, dovremo scordarci, almeno per i prossimi cinquant’anni, una qualsiasi seria riforma della giustizia che affronti i temi della terzietà del giudice e della giurisdizione disciplinare domestica e che, soprattutto, ponga rimedio all’amministrazione partitocratica della giurisdizione e alle gravissime distorsioni che questo ha anche sull’esercizio concreto della giurisdizione e, quindi, sulle libertà e sui diritti delle persone.
Per questo, come ho anticipato, io andrò a votare, voterò SÌ e auspico fortemente che così facciano, in maggioranza, gli italiani.
In questo modo, essi tuteleranno, nel merito, senza pregiudizi e distorsioni ideologiche o di parte, i loro interessi di persone e di cittadini e quelli delle prossime generazioni.