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DINANZI AL DISASTRO DELL’ESECUZIONE PENALE UNA SVOLTA CULTURALE E POLITICA – DI FRANCESCO PALAZZO

DINANZI AL DISASTRO DELL’ESECUZIONE PENALE UNA SVOLTA CULTURALE E POLITICA – DI FRANCESCO PALAZZO

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DINANZI AL DISASTRO DELL’ESECUZIONE PENALE UNA SVOLTA CULTURALE E POLITICA

di Francesco Palazzo*

L’autore denuncia il fallimento dell’esecuzione penale e chiede una svolta culturale e politica che abbandoni la gestione “della paura”. Una vera riforma deve mettere al centro il principio di umanità della pena, da anteporre alla rieducazione, prendendo atto di due emergenze: il crescente divario tra vita libera e vita carceraria e l’altissimo tasso di suicidi, fino a “1 a 18” rispetto alla società, che rende lo Stato indirettamente “carnefice”. L’autore propone tre linee operative: disciplina penitenziaria più garantita, eliminazione delle pene brevi e sostituzione con sanzioni alternative, differenziazione dell’esecuzione per soggetti vulnerabili. Conclude invocando una politica capace di superare la logica emergenziale e restituire centralità all’umanità della pena.

È incontestabile che la politica penale, e quella carceraria in particolare, è un comparto non indifferente della politica generale (tanto che si suole dire che le condizioni carcerarie sono lo specchio del grado di civiltà di una comunità statale). Con la conseguenza che, se non si modificano le coordinate generali della politica, sarà difficile mutare la politica carceraria e l’esecuzione penitenziaria. Troppo noi abbiamo ceduto ai valori dell’individualismo anche edonistico, lasciando in ombra il solidarismo che costituisce il grande messaggio innovativo contenuto nella Costituzione. Tra i grandi della Terra solo Papa Bergoglio ebbe il coraggio, in particolare con i suoi ben sedici interventi proprio sul carcere, di rinnovare e attualizzare potentemente quel messaggio destinato a credenti e non credenti.

C’è poi un’altra premessa necessaria per tentare di riparare al disastro. Vorrei permettermi a questo proposito un’accorata esortazione alla politica: abbia coraggio! Abbia il coraggio di abbandonare il metodo di governo fondato sulla paura! È un metodo che forse può portare qualche immediato vantaggio elettorale ma che alla lunga rischia di sfibrare la società allentando i legami sociali e indebolendo le istituzioni democratiche: specialmente nel mondo carcerario ma anche altrove può generare polveriere di rabbia che rischiano di esplodere travolgendo quegli stessi irresponsabili nuovi apprendisti stregoni che le hanno alimentate.

 Coraggio significa abbandonare l’angusta prospettiva delle soluzioni emergenziali, che giustamente l’UCPI – nel suo manifesto sullo “stato generale dell’esecuzione penale” del 19 settembre prossimo – giudica non più adeguate a fronteggiare il disastro in atto. Personalmente non sono affatto contrario a eventuali provvedimenti di clemenza generale, e d’altra parte mi auguro che la Corte costituzionale possa smuovere le acque stagnanti accogliendo la questione sulla sospensione facoltativa dell’esecuzione. Ma né l’una né l’altra rappresenterebbero risposte adeguate, ma solo dei segnali, forti indubbiamente ma necessariamente parziali e limitati. In particolare, l’eventuale accoglimento della questione sull’art. 147 c.p. perpetuerebbe l’andazzo a trasferire sulla giurisdizione (comune e costituzionale) la soluzione di problemi strutturali che è responsabilità prioritaria del legislatore affrontare, soprattutto quando si tratta di dare attuazione a principi rivolti specialmente alla legislazione e alla sua attuazione amministrativa, com’è quello di umanità della pena. Le soluzioni emergenziali, insomma, perpetuano un costume di ipocrita fuga del legislatore dalle sue responsabilità costituzionali.

Al punto in cui si è incancrenita la “questione penitenziaria” è necessaria una decisa e coraggiosa svolta culturale. È giunto il momento di rimettere al primo posto il principio di umanità della pena, che è per sua natura da anteporre allo stesso principio rieducativo. Prima viene il divieto di pene inumane, che è un limite assoluto ed inderogabile; poi viene la rieducazione, che può anche sopportare equilibrati bilanciamenti nel quadro della mai rifiutata concezione polifunzionale della pena.

Personalmente sono stato e sono, come tanti, partigiano del principio rieducativo e dissento dalle critiche che ad esso sono state rivolte anche di recente in nome di un veteroliberalismo penale smentito dalla storia; sono invece convinto che il principio rieducativo, soprattutto nelle mani della Corte costituzionale, abbia costituito un prezioso argine al pericolo di un progressivo imbarbarimento del sistema sanzionatorio. Ma, dato atto di tutto ciò, è difficile negare che il principio rieducativo, nelle mani del legislatore, abbia ben spesso svolto un ruolo ambiguo, essendo stato utilizzato, con una buona dose di ipocrisia, anche in senso deflativo e indulgenziale, senza però nel contempo riuscire a salvaguardare l’umanità della pena e la dignità della sua esecuzione.

Dunque, priorità al principio di umanità! E sua centralità nella politica delle riforme del sistema. E a proposito del principio di umanità vale la pena di ricordarne due corollari troppo spesso dimenticati. In primo luogo, il principio di umanità impone che lo scarto tra le condizioni di sofferenza carceraria e quelle generali medie della vita libera si mantenga entro una misura ragionevole. Il che significa che al progressivo miglioramento delle condizioni in libertà debba corrispondere il miglioramento anche delle condizioni carcerarie. È questo il naturale relativismo storico del principio di umanità, che in ciò trova anche un correttivo alla sua connaturale indeterminatezza contenutistica. Vero tutto ciò, è legittimo il dubbio che siano invece in atto tendenze, anche ideologiche, esattamente di segno opposto. Nel senso che alla ricerca e alla spinta verso un sempre maggiore benessere della vita libera corrisponde la tacita accettazione, se non il perseguimento, di condizioni carcerarie sempre più dure. E sul punto ci sarebbe molto da dire anche in termini di psicologia sociale.

In secondo luogo, la piaga drammatica dei suicidi in carcere; ai quali vanno aggiunti gli atti di autolesionismo e le morti per malattie contratte o non curate in carcere. Impressionante soprattutto è il rapporto differenziale tra il tasso dei suicidi in carcere e quello nella vita libera: c’è chi lo quantifica in 1 a 18 e chi arriva a calcolarlo in un rapporto superiore a 20. Ciò significa nella sostanza che lo Stato diventa carnefice: dispensatore di una morte per così dire “indiretta” ma che a ben vedere è più crudele e più illegittima di quanto sarebbe la morte come pena “diretta” e “formale”. E ciò perché la morte dispensata in questo modo obliquo finisce per essere riservata ai soggetti più deboli e vulnerabili, aggiungendo ingiustizia a ingiustizia. Eppure sembra quasi che quello dei suicidi sia da accettare come un prezzo fisiologico del sistema carcerario.

Il principio di umanità, infine, ha anche la potenzialità di indirizzare concrete scelte di politica carceraria, che rappresentano altrettanti adempimenti costituzionalmente cogenti per il legislatore e per l’amministrazione. Innanzitutto, esso dovrebbe ispirare l’uno e l’altra nella formulazione e attuazione della disciplina della vita penitenziaria in tutti i suoi risvolti significativi, senza lasciare margini di discrezionalità negli spazi più sensibili della vita carceraria. In secondo luogo, è proprio il principio di umanità, prima ancora delle esigenze di deflazione carceraria, a imporre una politica di decarcerazione reale ed effettiva in quanto fondata sulla eliminazione edittale delle pene carcerarie brevi da sostituire già in astratto con pene alternative non perciò meno efficaci. In questo modo sarebbe ridotto il tasso complessivo di disumanità di un sistema tutto incentrato su una pena intrinsecamente violenta e dunque ontologicamente disumana com’è quella carceraria. Sarebbe inoltre possibile concentrare un più efficace impegno rieducativo sulle fasce di criminalità più gravi sulle quali conviene investire maggiormente. Le pene edittali alternative potrebbero accontentarsi di uno sforzo rieducativo meno impegnativo per lo Stato in quanto affidato a contenuti maggiormente standardizzati e oggettivabili (come ad esempio i lavori di utilità sociale). E potrebbero altresì giovarsi di procedimenti pur sempre garantisti ma in qualche modo semplificati, non essendo in gioco la libertà personale in senso pieno e forte.

In terzo luogo, il principio di umanità dovrebbe indirizzare il legislatore verso una marcata differenziazione delle modalità esecutive della pena carceraria in relazione alla diversa e maggiore vulnerabilità che alcuni soggetti presentano per condizioni personali soggettive o sociali. In effetti, la particolare vulnerabilità finisce per produrre nei loro confronti una ingiustificata eccedenza afflittiva della pena, che si pone in tensione sia col principio di eguaglianza sia con quello di proporzionalità in concreto della pena.

Indubbiamente, un piano di riforme che rimetta al primo posto il sommo principio di umanità e da esso sappia cogliere tutte le implicazioni che ne discendono presuppone, oltre ad una svolta culturale, una politica che abbia il coraggio di andare al di là del ristretto   orizzonte della paura e del suo facile (mal-)governo.

*Professore emerito di diritto penale nell’Università di Firenze