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GUSTAVO PANSINI FERVENTE SOSTENITORE DEL PROCESSO ACCUSATORIO – DI OLIVIERO MAZZA

GUSTAVO PANSINI FERVENTE SOSTENITORE DEL PROCESSO ACCUSATORIO – DI OLIVIERO MAZZA

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GUSTAVO PANSINI FERVENTE SOSTENITORE DEL PROCESSO ACCUSATORIO

di Oliviero Mazza

Il testo dell’intervento del Prof. Avv. Oliviero Mazza svolto nel corso dell’incontro in ricordo di Gustavo Pansini, presso il Tribunale di Torre Annunziata il 23 settembre 2025.

Gustavo Pansini è una delle figure eminenti della dottrina processualpenalistica del secondo Novecento.

Prima di tracciarne brevemente il profilo accademico, vorrei ricordarne un grandissimo merito storico.

È stato grazie alla fermezza da lui dimostrata, in qualità di Presidente dell’Unione delle Camere Penali Italiane, che il codice di procedura penale del 1988 è entrato in vigore il 25 ottobre dell’anno successivo.

Si tratta di una pagina ormai dimenticata, ma in quella stagione irripetibile l’intervento di Gustavo Pansini è risultato decisivo per l’entrata in vigore del primo codice repubblicano, un codice garantista che ha dato all’Italia un processo penale accusatorio degno della nostra democrazia.

Consentitemi ancora una riflessione: tutte le grandi riforme garantiste, il codice accusatorio del 1988, il giusto processo in Costituzione nel 1999 e oggi la separazione delle carriere sono giunte a compimento grazie all’intervento e alla caparbia determinazione di UCPI.

Fa riflettere che tutte e tre queste riforme siano state apertamente appoggiate dai penalisti italiani e altrettanto apertamente osteggiate, ora come allora, dalla magistratura italiana.

Su questo incontestabile dato storico bisognerebbe riflettere quando si invocano oscuri presagi illiberali. Gli avvocati penalisti sono sempre stati orgogliosamente dalla parte dei diritti, delle garanzie, della democrazia, non altrettanto si può dire, purtroppo e con amarezza, della magistratura che nel 1988 avrebbe voluto conservare il codice di procedura penale fascista e inquisitorio, così come oggi vorrebbe mantenere l’assetto ordinamentale autoritario ideato dal Ministro Dino Grandi.

Invito tutti a rileggere e anche a riascoltare su Radio Radicale gli accorati interventi di Gustavo Pansini, la sua veemente difesa dell’entrata in vigore del codice accusatorio, la sua voce potente e stentorea che denunciava il tentativo della magistratura associata di differire la riforma, il che avrebbe ovviamente significato l’abbandono della stessa.

E sono certo che proprio il rapporto personale di stima reciproca fra Gustavo Pansini e Giuliano Vassalli sia stato determinante per il raggiungimento del risultato.

Di questo dobbiamo sinceramente ringraziare il Maestro appena scomparso e con la sua stessa forza dobbiamo nel presente sostenere la riforma della magistratura.

Il suo straordinario percorso accademico prese avvio con la laurea in giurisprudenza, all’età di soli 21 anni, presso l’Università Federico II di Napoli, ottenendo il massimo dei voti, la lode e il riconoscimento di dignità di stampa della tesi, discussa in diritto penale con il professor Biagio Petrocelli.

Pansini dimostrò precocemente quella brillantezza e vivacità intellettuale che avrebbe poi caratterizzato nel tempo tutta la sua produzione scientifica.

Gli anni della formazione si arricchirono attraverso l’esperienza come assistente alla cattedra di Procedura penale dell’Università di Napoli, dove ebbe l’opportunità di collaborare con alcuni dei più illustri Maestri delle discipline penalistiche: il già ricordato Giuliano Vassalli, Remo Pannain e Giuseppe Sabatini.

Questa non comune esperienza formativa, che segnò e caratterizzò profondamente il suo approccio scientifico, giunse fino al 1980, quando, vinto il concorso per professore di prima fascia, lasciò la Federico II per trasferirsi ad Urbino e per non farvi più ritorno.

Poco noto è il fatto che Pansini, nell’anno accademico 1989/90, venne chiamato proprio nell’Università di Napoli Federico II, ma rinunciò a tale prestigiosa opportunità per restare fedele alla “sua” Università urbinate.

La svolta nel suo percorso universitario si era, infatti, già realizzata nell’anno accademico 1969/1970, quando Pansini, ancora assistente a Napoli, iniziò a frequentare anche l’Università di Urbino, grazie alla supplenza dell’insegnamento di Istituzioni di Diritto e Procedura penale.

L’esperienza marchigiana si protrarrà per un trentennio, ma in realtà non si interromperà mai, proseguendo anche dopo la chiamata, nell’anno 1999/2000, all’Università di Roma Tor Vergata, dove è rimasto titolare della cattedra di Diritto processuale penale sino all’uscita dal ruolo.

Anche nel periodo romano Pansini continuerà di fatto a frequentare Urbino con numerosi contratti di insegnamento, conclusi con la volontaria rinuncia agli incarichi intervenuta nell’anno accademico 2003/2004.

Il rapporto con l’Università di Urbino è stato così intenso e duraturo che risulta davvero difficile ricostruirne tutte le sfaccettature.

Pansini trasformerà l’Ateneo urbinate in un vero e proprio laboratorio di innovazione scientifica degli studi processuali e di didattica multidisciplinare, come dimostra la pluralità di insegnamenti da lui ricoperti: Procedura penale comparata, Teoria generale del processo, Diritto dell’Esecuzione penale, Medicina legale.

Questa ampiezza di interessi rende manifesta una visione sistematica del diritto processuale che lo porterà a cogliere le interconnessioni tra diverse discipline e a sviluppare un approccio metodologico innovativo.

Sempre al periodo urbinate va ricondotta la prestigiosa e lunghissima direzione della rivista Archivio Penale, fondata da Remo Pannain e diretta da Pansini dal 1976 fino al 2010. Sotto la sua direzione, l’Archivio Penale è divenuto un riferimento imprescindibile per il dibattito culturale delle scienze penalistiche.

Urbino non fu solo la culla degli studi e delle ricerche di Pansini, ma anche la sede di una altrettanto intesa attività di governo dell’Università.

Come Direttore dell’Istituto di Diritto e Procedura penale, dell’Istituto di Diritto processuale e dell’Istituto di Applicazione forense, Pansini dimostrò eccezionali capacità organizzative e una visione strategica dello sviluppo tanto della didattica quanto della ricerca.

La fondazione dei dottorati di ricerca in Diritto processuale penale italiano, internazionale e comparato e in Teoria generale del processo rappresenta forse il suo contributo più duraturo alla formazione delle nuove generazioni di studiosi.

L’elezione a Preside della Facoltà di Giurisprudenza, avvenuta nell’anno accademico 1986/87, e la riconferma ininterrotta per tredici anni, testimoniano non solo l’incondizionata stima di cui Pansini godeva presso i Colleghi, ma anche le non comuni capacità di governo accademico. Durante tutto il lungo periodo urbinate, Pansini ricoprì costantemente ruoli di responsabilità nell’Ateneo: membro del Senato Accademico, Consigliere di Amministrazione, Presidente della Commissione per la suddivisione delle risorse e della Commissione per la riforma dello Statuto.

Questa rilevantissima attività istituzionale gli consentì di comprendere appieno le complesse dinamiche del sistema universitario e di sviluppare quella sensibilità per i problemi organizzativi alla risoluzione dei quali diede un decisivo contributo.

La capacità di coniugare rigore scientifico e pragmatismo istituzionale rappresenta uno dei tratti salienti della sua personalità accademica.

Il ritorno a Napoli si concretizzò nel 1997, quando gli venne attribuito il contratto di insegnamento di Diritto processuale penale presso l’Università Suor Orsola Benincasa, contratto rinnovato anche per gli anni successivi fino al 2020.

Nel lungo percorso didattico va ricordato anche il prestigioso incarico, nell’anno accademico 2000/2001, del corso integrativo di diritto processuale penale comparato presso l’Università Paris Pantheon Assas II, oltre ai costanti rapporti internazionali che lo hanno portato a svolgere relazioni in convegni in Spagna (università  Carlos III di Madrid, Università statale di Siviglia, Pablo de Olavida di Siviglia,  Santiago de Compostella e Vigo), in Colombia (Università Esternado di Bogotà, Rosario di Bogotà, Boyaca di Tunja, città della quale gli è stata conferita la cittadinanza onoraria), in Cile (Università Statale di Santiago e presso quella di Valparaiso) e  in Argentina (Università di Buenos Aires).

Il titolo di Professore Emerito di Diritto processuale penale, conferitogli nel 2011, e l’onorificenza di Grand’Ufficiale della Repubblica Italiana sono il riconoscimento e il naturale coronamento del contributo straordinario dato da Pansini alla cultura giuridica italiana.

In parallelo alla sua lunga carriera accademica, Pansini si è anche occupato della scienza della legislazione.

Le partecipazioni alle Commissioni ministeriali per la riforma del codice di procedura penale, per la riforma del codice di procedura penale militare, per la legge di attuazione della Corte penale internazionale e per la legge di attuazione del mandato di arresto europeo attestano non solo il contributo offerto al miglioramento della normativa processuale, ma anche il riconoscimento da parte del mondo politico di una primaria posizione raggiunta all’interno della comunità scientifica.

Particolarmente significativo è stato il ruolo di Vicepresidente nelle Commissioni per l’attuazione della Corte penale internazionale e del mandato di arresto europeo, attività che evidenzia una specifica competenza nel diritto processuale penale internazionale e la capacità di tradurre principi teorici in soluzioni normative innovative e concrete.

In un gioco di vasi comunicanti, la partecipazione diretta al procedimento legislativo arricchì anche la sua prospettiva scientifica, consentendogli di sviluppare quella sensibilità per i problemi applicativi che emerge chiaramente nei suoi lavori, a partire da quelli monografici.

Rileggendo la vasta produzione scientifica di Pansini, oltre 100 titoli e 6 lavori monografici, non è difficile individuare l’interesse principale proprio nelle trasformazioni del sistema processuale penale.

Pansini ha usufruito di un osservatorio privilegiato: ha fatto parte delle commissioni che hanno dato alla luce il codice del 1988, ha sostenuto convintamente quella che lui stesso definì l’illusione accusatoria, ma ha anche dovuto assistere alle vicissitudini che hanno profondamente trasformato l’allora nuovo codice, impedendogli di attecchire nei costumi giudiziari italiani.

La sua analisi, condotta con il rigore del teorico e l’esperienza del pratico, si rivela profetica nell’individuare le contraddizioni che avrebbero poi caratterizzato anche la successiva involuzione del sistema.

In Pansini è chiarissima la causa del tradimento dello spirito accusatorio originario: la mancanza di una cultura delle garanzie, del formarsi, in parallelo con la riforma, di nuovi costumi, di un nuovo habitus mentale negli operatori, soprattutto nella giurisprudenza alla quale non risparmia critiche per l’evidente resistenza al cambiamento.

Si arriva così all’amara constatazione del passaggio dall’inquisitorio garantito all’accusatorio non garantito, una eterogenesi dei fini della riforma del 1988 che gli fa addirittura presagire, dopo l’illusione accusatoria, il rimpianto inquisitorio.

Pansini coglie l’essenza delle contraddizioni del sistema processuale italiano, teoricamente ispirato a un modello accusatorio, ma praticamente lontano anche dal minimo apparato di garanzie che dovrebbe caratterizzarlo, sottolinea le conseguenze degli interventi della Corte costituzionale, denuncia il ruolo para legislativo del giudice delle leggi che ha finito per mettere in discussione “proprio la stessa struttura accusatoria del processo” attraverso l’individuazione di principi senza rilievo costituzionale, come quello della conservazione degli atti di indagine.

L’ultima monografia, “Le prove deboli nel processo penale italiano”, pubblicata nel 2018, dimostra come anche il cuore del processo, il diritto delle prove, sia afflitto da una malattia congenita che viene indicata nella perversione del diritto giurisprudenziale. La tendenza del giudice onnivoro e onnisciente, refrattario ai divieti legali, la ricerca di una verità materiale che giustifica ogni deviazione dalle regole di garanzia, sono tutti aspetti ben noti a Pansini anche grazie a una costante attenzione alle prassi applicative favorita dalla sua intensa attività professionale.

L’impegno forense di Pansini, che lo ha visto componente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati e Procuratori di Napoli, Presidente della Camera Penale di Napoli e, soprattutto, Presidente dell’Unione delle Camere Penali Italiane, dal 1987 al 1991, nella fortunata stagione della riforma accusatoria del codice di rito, rappresenta un ponte ideale fra teoria e pratica, un aspetto fondamentale della sua formazione intellettuale e della sua prospettiva scientifica, sempre connotata da una spiccata sensibilità per i problemi applicativi

Il contributo più duraturo offerto alla scienza processualpenalistica risiede nella sua capacità di coniugare la critica costruttiva con una lungimirante visione prospettica. L’analisi del processo penale non si limita, infatti, a denunciare le contraddizioni del sistema, ma offre chiavi interpretative che consentono di comprendere le dinamiche profonde dell’evoluzione normativa.

La conclusione, secondo cui “l’amarezza di un convinto assertore della validità del processo accusatorio sta tutta nella constatazione che, per accrescere le garanzie, dovremo probabilmente ritornare ad uno schema inquisitorio”, non rappresenta una resa nostalgica al passato, quanto, piuttosto, il lucido riconoscimento delle incoerenze del presente e l’esigenza di prediligere ai modelli astratti la concretezza delle garanzie.

Il monito di Pansini è chiaro: se il modello accusatorio si è trasformato in un processo inquisitorio non garantito, fondato sul peso delle indagini condotte unilateralmente dal pubblico ministero, se non si riesce a mantenere una netta separazione fra la fase investigativa e quella dibattimentale, se tutto ruota attorno agli accertamenti compiuti al di fuori del contraddittorio, allora bisogna rimettere in discussione il modello teorico per ricostruire un sistema effettivamente garantista, anche sotto nuove etichette.

Questa osservazione, che potrebbe apparire paradossale, rivela in realtà una comprensione profonda del rapporto tra forma del processo e garanzie, anticipando molte delle problematiche che sarebbero emerse negli anni successivi, anche dopo la riforma costituzionale del giusto processo.

L’eredità scientifica di Gustavo Pansini si misura principalmente nel suo approccio critico alle riforme processuali, che non si accontenta delle proclamazioni di principio, ma pretende la rigorosa verifica della coerenza tra enunciazioni teoriche e applicazione pratica, secondo uno schema metodologico che merita di essere tramandato alle generazioni future.

Gustavo Pansini si colloca tra i grandi Maestri del Diritto processuale penale italiano del secondo Novecento. La sua eredità intellettuale continua a rappresentare un punto di riferimento per tutti coloro che si occupano di processo penale e che vogliono continuare, pervicacemente, a coltivare l’illusione di un garantismo costituzionale.

Studioso rigoroso, docente appassionato, pratico esperto, riformatore illuminato, strenuo difensore dei valori e dei diritti dell’avvocatura.

La sua commemorazione non può che essere un invito a proseguire sulla strada da lui tracciata, mantenendo viva quella passione per il giusto processo che ha caratterizzato tutta la sua opera scientifica.