UN RICORDO DEL PARLAMENTO SUL GIUSTO PROCESSO – DI GAETANO PECORELLA
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UN RICORDO DEL PARLAMENTO SUL GIUSTO PROCESSO
di Gaetano Pecorella
L’autore, Presidente dell’Unione Camere Penali Italiane dal 1994 al 1997, parlamentare e Presidente della Commissione Giustizia della Camera dei deputati dal 2001 al 2006, ripercorre l’origine politica e costituzionale della riforma del “giusto processo” del 1999, che introdusse nell’art. 111 Cost. i principi del processo accusatorio e della terzietà del giudice. Coinvolto direttamente nei lavori parlamentari, ricorda le resistenze iniziali di alcuni partiti, poco sensibili o legati alla magistratura. In quella fase la sinistra si fece promotrice della riforma, ritenendo che il pubblico ministero dovesse essere una parte processuale al pari della difesa, e che la vera garanzia per i cittadini fosse l’esistenza di un giudice indipendente e terzo. Conclude auspicando un ritorno a quelle ragioni di civiltà giuridica che tutelano i diritti dei cittadini e la parità tra accusa e difesa.
La questione della separazione delle carriere non è sorta certamente oggi: anzi può dirsi che sia stata posta e risolta a livello costituzionale oltre 25 anni or sono con la riforma dell’art. 111 della Costituzione. Infatti, la terzietà del giudice significa che il giudice deve essere separato dalle parti, e dunque in una posizione istituzionale distinta dal pubblico ministero e dalla difesa. Si deve dunque risalire al 1999 per ricostruire quali furono le posizioni all’epoca delle forze politiche per rendersi conto se rispetto ad oggi le stesse hanno effettuato scelte coerenti o di non opportunità politica.
La questione mi coinvolse all’epoca perché originariamente mi fu affidato l’incarico di relatore per la fase della discussione alla Camera. Ero stato eletto deputato poco tempo prima che la proposta di legge costituzionale tornasse alla Camera dalla prima lettura al Senato. Era evidente dalla loro condotta in sede di discussione, che alcuni partiti non si rendevano conto dell’importanza della legge o, forse per legami politici con la magistratura, assumevano delle posizioni dirette a rallentare la sua approvazione.
Mi rivolsi al Presidente della Camera, all’epoca l’on. Violante, per quanto stava accadendo, cercando una soluzione per accelerare l’approvazione della riforma costituzionale che significava il superamento dell’inquisitorio, scelto a suo tempo dai costituenti, per introdurre il processo accusatorio.
Non solo: con l’accusatorio non si poteva che modificare l’ordinamento giudiziario collocando sullo stesso piano l’accusatore e il difensore, egualmente distinti e lontani dal giudice. Ciò era imposto sia dalla parità delle parti, sia dalla terzietà del giudice, sia dal modello storico vigente nei Paesi anglosassoni.
L’on. Violante mi ascoltò con interesse. La mia posizione era quella di dimettermi da relatore – come atto politico – denunciando in questo modo lo scarso interesse dei partiti a condurre in porto la riforma. L’obiettivo, in sostanza, era quello di creare “un caso” così da accelerare l’approvazione del nuovo modello di processo.
Mi aspettavo che l’on. Violante mi sollecitasse a restare comprendendo le finalità del mio atto e intervenendo conseguentemente sui vari capi gruppo perché, di fronte alle dimissioni del relatore, intervenissero sui componenti della Commissione costituzionale così da sbloccare il procedimento legislativo.
Non fu così. L’on. Violante prese atto delle dimissioni e affidò la relazione a un membro del suo partito, che era all’epoca l’Ulivo, e che in quel momento era al governo. Ciò che accadde successivamente dimostra come il processo accusatorio fosse fortemente voluto dalla sinistra con le inevitabili conseguenze sul piano ordinamentale.
Anzitutto il nuovo relatore fu il deputato Antonio Soda, già magistrato di grande valore, e componente della sinistra. Del resto la proposta di legge costituzionale recava la firma, tra gli altri, di Salvi, di Senese, di Fassone e di Calvi.
L’on. Soda si rese perfettamente conto del significato e dell’importanza della “garanzia del giudice terzo e imparziale”, tant’è che nella relazione scrisse: “ al riguardo rilevo che l’espressione, a mio avviso, non configura una semplice endiadi, atteso che il riferimento alla terzietà attinge comunque alla sfera della separazione netta, quantomeno funzionale se non proprio ordinamentale, del giudice rispetto ai magistrati dell’accusa, mentre l’imparzialità sottolinea l’assoluta equidistanza del giudice dalle istanze di cui nel processo le parti si fanno portatrici e quindi riflette la sua indipendenza di giudizio”.
A quell’epoca, dunque, la sinistra, e specificamente l’Ulivo si intestò la riforma che, dopo le mie dimissioni, andò in porto rapidamente e senza particolari intoppi: non solo, fu scelto come relatore un magistrato, ritenuto di particolare intelligenza e serietà.
Sarebbe una offesa all’intelligenza di uomini come Antonio Soda, o Calvi, o Violante ritenere che non si siano resi conto degli effetti che il giusto processo, ovvero il processo accusatorio, avrebbe avuto sull’ordinamento giudiziario, ed in particolare sul ruolo del pubblico ministero che diventava “parte” a tutti gli effetti, e che avrebbe perso ogni qualità che lo avvicinasse al giudice, ovvero in particolare quella di formare la prova. La verità è che, in quel momento, la sinistra era schierata per la tutela dei diritti della persona, per un pubblico ministero veramente parte e per una magistratura in cui la terzietà del giudice si traducesse in vera “parzialità” dell’accusatore, parte quanto il difensore.
Perché questo mutamento in tempi nei quali la sinistra non governa? Perché si schiera totalmente con la magistratura? Perché non distingue tra giudici e pubblici ministeri? La risposta può essere soltanto nel ruolo che hanno avuto i pubblici ministeri in questi ultimi anni nel disgregare tutte le forze politiche, salvo il Partito Democratico. Noi, da giuristi, diciamo solo: torniamo alle ragioni del giusto processo, ai diritti dei cittadini, alla loro tutela attraverso la parità con l’accusa.