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LA SFIDA DEL PRESENTE – DI GIORGIO VARANO

LA SFIDA DEL PRESENTE – DI GIORGIO VARANO

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di Giorgio Varano*

I corpi intermedi sono invitati ad una palingenesi. Occorre una loro maggiore e più comprensibile partecipazione alla vita pubblica, anche per contrastare quel “primato dell’emozione” che influenza le decisioni della politica e l’affidamento dell’esecutivo e del legislatore incompetenti ai tecnici di parte. L’allargamento della sfera di interesse dell’avvocatura, la comprensione del presente, l’immergersi maggiormente nella società ed un vero ricambio generazionale sono temi su cui è necessario un confronto.

1. La necessaria palingenesi dei corpi intermedi. 2. L’ignoranza come “stratagemma strategico”. 3. La legislazione penale “fuori ruolo” nell’attuale assetto costituzionale dello Stato. 4. L’avvocatura come corpo intermedio e forza viva. 5. L’esigenza di “crescere restando fedeli alle proprie radici”.

  1. La necessaria palingenesi dei corpi intermedi.

La richiesta da parte dei cittadini di una maggiore partecipazione alla vita politica è una istanza la cui soddisfazione non è più rinviabile, senza che si aggravino ulteriormente le conseguenze dell’antipolitica e del populismo, fenomeni che hanno conseguenze nefaste anche in materia penale. La richiesta di democrazia diretta[1], anche se purtroppo declinata in forme distorsive e anzi contrarie ad una reale partecipazione, non può essere più bollata come una modernità astrusa. Occorre non solo prendere atto delle istanze di partecipazione dei cittadini alla res publica e delle incompetenze che ne fanno da corollario, ma anche della necessità che i “corpi intermedi” si addentrino maggiormente nella società.

Una recente indagine statistica, denominata “Gli Italiani e i corpi intermedi. Il ruolo, i problemi e i compiti nella società italiana”, ha fornito in tal senso dei dati molto interessanti[2].  È stato riscontrato un notevole attivismo politico sui social – accompagnato da competenze precarie – che si traduce in una visione interventista e non propriamente liberale dello Stato.  Il deficit di decisione e la sua lentezza, da parte dello Stato, portano ad un giudizio critico verso l’attuale sistema democratico e verso i corpi intermedi, forse perché visti tutti come raggruppamenti di interessi particolari che frenano la capacità di intervento dello Stato. Ai corpi intermedi viene richiesta una maggiore vicinanza ai cittadini, alle loro istanze, un più proficuo collegamento tra istituzioni e cittadini, il rappresentare gli interessi inascoltati, lo svolgere una funzione “di intermediazione tra cittadini e governo”.

Una evoluzione dei corpi intermedi può essere una soluzione all’attuale crisi del sistema di rappresentanza? I risultati dell’indagine Ipsos danno riposte affermative in tal senso, ma evidenziano come sia necessaria una palingenesi degli stessi, una crescita culturale, una maggiore generosità, ed una messa in discussione degli attuali assetti organizzativi, con «un afflusso di energie e sangue nuovo di cui, per ora, non si intravedono i segnali[3]».

  1. L’ignoranza come “stratagemma strategico”.

La realizzazione dell’esigenza di una maggiore partecipazione alla vita politica, con un certo cinismo, nel nostro Paese è stata illusoriamente fornita con la sola partecipazione da remoto alla vita democratica, attraverso strumenti fintamente partecipativi, quali le assemblee sui siti web o i dibattiti sui social network, spesso accessi da pifferai poco magici che hanno gioco facile nello stimolare la partecipazione attraverso messaggi lanciati in una camera d’eco, in cui la voglia della discussione si concretizza nel lancio nella rete di giudizi inesorabili in una sorta di «parabola aperta durante il secolo dei lumi: dal primato della ragione a quello dell’emozione, dall’etica del dubbio alle certezze ferree, dal giudizio al pregiudizio»[4].

Ma una società che vive la propria partecipazione alla vita democratica solo attraverso la rete vede il primato della “post-verità”, dell’irrilevanza dei fatti nella formazione dei processi cognitivi, il tutto in un sistema in cui gli algoritmi ci conoscono meglio di noi stessi. Chi governa gli algoritmi riesce ad influenzare i processi cognitivi dei cittadini e quindi degli elettori, e i grandi e repentini flussi elettorali degli ultimi anni non sono un caso, ma la conseguenza di quel “primato dell’emozione” che influenza non solo le decisioni degli elettori ma anche quelle della politica. «Metà di quello che ci raggiunge è spazzatura, il problema nasce quando non sappiamo distinguere quale metà», «il bombardamento di informazioni e quindi la violazione della nostra privacy informazionale influisce sulla fase decisionale» [5].

Sembrano temi di una modernità diafana, ma in realtà la comprensione e la tutela dei processi decisionali, della privacy, rappresentano esigenze avvertite già dal XIX secolo e esaminate con grande lungimiranza, tanto da definire (nel 1890) il diritto di privacy, «in quanto parte del più generale diritto all’immunità della persona, il diritto alla propria personalità» [6].

Il principale strumento per ottenere l’allontanamento dei cittadini dalla partecipazione reale alla vita politica del paese – con l’illusione di esserne invece parte attiva – è l’utilizzo dell’ignoranza come “stratagemma strategico”. Da tempo la materia è oggetto di studi – con il termine di “agnotologia”[7] – al fine di comprendere i meccanismi cognitivi che portano alla formazione del dubbio, o di certezze contrarie alla realtà, anche innanzi a verità oggettive grazie all’utilizzo di dati fuorvianti. L’ignoranza indotta viene utilizzata anche per la propaganda politica, attraverso l’utilizzo di tali dati fuorvianti – anche scientifici – che diventano, con l’amplificazione dei mezzi di comunicazione, una sorta di “social-episteme” contro la quale qualsiasi ragionamento, anche se basato su dati reali, risulta perdente.

  1. La legislazione penale “fuori ruolo” nell’attuale assetto costituzionale dello Stato.

Quanto alla legislazione penale, non possiamo non prendere atto che essa risente moltissimo dell’organizzazione dello Stato, del suo assetto costituzionale e politico, della voglia di partecipazione dei cittadini, delle derive della “infosfera” e dell’ignoranza utilizzata come stratagemma strategico.

L’esigenza di nuove procedure nel processo di formazione delle leggi è avvertita da tempo da autorevole dottrina[8] e non solo, e parte dalla constatazione che la Giustizia – intesa anche come prodotto delle leggi – è troppo vicina ai conflitti e alla bagarre elettorale perché possa essere trattata attraverso una legislazione governativa di urgenza, convertita poi in legge a colpi di questioni di fiducia.

Occorrono riforme che obblighino il legislatore ad abbandonare “il tempo della velocità, il tempo dell’emozione” in materia penale, che impongano un equilibrio che al momento è delegato – solo ex post – alla nostra Corte costituzionale, il cui “nuovo ruolo” appare sempre più come un ruolo di necessità e di supplenza.

Una riflessione propositiva, anche in senso di riforme costituzionali e di relative proposte al riguardo, andrebbe effettuata dunque in ordine al potere legislativo di cui è fornito l’esecutivo, potere ormai costantemente abusato in spregio ai limiti della necessità e urgenza della legislazione per decreto.

Inoltre, l’attuale sistema elettorale crea il “deputato obbediente”, la cui figura a sua volta di fatto delega il potere legislativo all’esecutivo svilendo il ruolo e la funzione del Parlamento, lasciando allo stesso un mero potere/dovere certificativo, che rischia di aggravarsi con l’avvenuta riduzione del numero dei parlamentari, soprattutto con l’attuale sistema elettorale.

La mancanza della partecipazione attiva delle “forze vive” ai processi legislativi, unita alla diffusa incompetenza del legislatore e dell’esecutivo (dovuta anche ai meccanismi, spesso oscuri quando non clientelari, di selezione dei parlamentari, della classe dirigente e dei consulenti) comporta, nel settore penale, anche l’affidamento dell’esecutivo e del legislatore ai tecnici di parte – cd. “fuori ruolo”[9] – con il risultato che «il controllore e il controllato si identificano in una medesima struttura … e il controllo sui risultati della applicazione della legga è affidato, di fatto, agli stessi soggetti che sono tenuti ad applicarla»[10], con la conseguenza di far prevalere la volontà di soggetti non eletti, attraverso la competenza e la tecnica, rispetto alla volontà di un esecutivo o di un legislatore incompetente[11].

  1. L’avvocatura come corpo intermedio e forza viva.

L’assemblea sociale deliberativa, proposta da Dominique Rousseau, composta dai “corpi intermedi” della società civile, è una proposta su cui riflettere per poter sviluppare delle idee in tema di riforme costituzionali, per rendere le “forze vive” della società protagoniste anche nei meccanismi di regolamentazione e di crescita della stessa.

Del resto, in Italia, l’esigenza di riforme costituzionali è avvertita da almeno un trentennio. Già nel 1991 il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, nel suo famoso messaggio alle Camere “Sulle riforme istituzionali in ragione della inadeguatezza dell’apparato istituzionale”[12], avvertiva come le profonde trasformazioni sociali ed economiche che avevano interessato il nostro Paese richiedessero una revisione costituzionale dell’assetto istituzionale repubblicano, soprattutto – per quanto di interesse per il settore Giustizia – in tema di forma di governo, sistema elettorale e disciplina dell’ordine giudiziario, e quindi necessarie delle riforme finalizzate al superamento di una “democrazia bloccata”.

Queste considerazioni – alcune delle quale possono definirsi constatazioni – dovrebbero aprire una riflessione all’interno dell’avvocatura penale sulle materie di cui interessarsi per la tutela e la diffusione di una cultura liberale del diritto penale e del giusto processo. Noi penalisti forse dovremmo interessarci maggiormente di questi temi, andando alla fonte dell’origine del problema della incultura del diritto e del processo, interessandoci in prima persona delle riforme delle istituzioni, del loro funzionamento, dell’informazione, dei meccanismi che inducono l’ignoranza, avanzando proposte, aggregando “le forze vive”, immergendoci di più nella società.

Non si può non tenere in considerazione, però, un dato. Le forze politiche che hanno avuto maggior successo, negli ultimi anni, sono quelle che hanno puntato sul ricambio generazionale. Sulla qualità di questo ricambio, così come sui contenuti proposti, ci sono riserve molto ampie, ma non è questo il punto. Il tema è la maggiore credibilità percepita di questi nuovi soggetti che non sono stati ritenuti legati al sistema in essere (che poi in molti casi lo siano diventati molto più dei loro predecessori, è un altro tema), e che in alcuni casi hanno saputo intercettare le istanze, non solo di modernizzazione, provenienti dalla società, anche se in modo distorto o peggio con il fine di sfruttare, e quindi amplificare, questa “età della rabbia” fondata sulla connessione perenne in cui si è persa la voglia, prima ancora che la capacità, del confronto, e in cui si tende a ricercare o fondare la propria identità nella contrapposizione ad un “nemico”[13].

  1. L’esigenza di “crescere restando fedeli alle proprie radici”.

L’allargamento della sfera di interesse dell’avvocatura, la comprensione del presente, la necessità di una maggiore immersione nella società ed un maggiore confronto con la stessa[14], un vero ricambio generazionale, sono temi su cui non è più rinviabile un confronto. Essi possono rappresentare anche un rischio, soprattutto quello di non essere compresi da tutti al nostro interno – o peggio di essere tacciati di eresia – di far ritenere che si vada oltre gli scopi della nostra funzione, di far pensare ad una sconfessione del passato.

Su questi temi occorre una certa forza propulsiva che l’avvocatura possiede al proprio interno. Essa è rappresentata soprattutto dalla passione delle generazioni più giovani, che rispetto a quelle della politica esprimono una capacità di analisi, di comprensione, di proposta, “un afflusso di energie e sangue nuovo” di ben altro livello. In questo momento di grave crisi – non solo economica – la loro passione è a rischio di estinzione, e di conseguenza anche il futuro dell’avvocatura come forza viva è in pericolo.

La sfida, per un corpo intermedio, è quella di “crescere restando fedele alle proprie radici”[15], di proseguire in avanti nel cammino, nel solco della propria storia ma senza identificare la fedeltà alla tradizione con uno sterile ossequio al passato, “povero di profezia”[16], di comprendere la complessità e la modernità, di essere promotore del dialogo tra le “forze vive”, di ampliare i confini del perimetro all’interno del quale muoversi per raggiungere il proprio “oggetto sociale”, di essere promotore di un ricambio generazionale al proprio interno, di immergersi maggiormente ed in modo più proficuo nella società civile, di utilizzare linguaggi multilivello e di rifuggire dall’autocompiacimento.

Queste per un corpo intermedio appaiono essere le sfide più attuali del presente, i temi su cui confrontarsi apertamente e senza indugio per ragionare sul prossimo futuro in modo orizzontale e circolare. Non dimentichiamo che se si sta troppo sulla Luna poi si riesce a parlare solo agli astronauti.

*Avvocato, segretario di redazione della rivista

[1] Cfr. recensione del libro Radicalizzare la democrazia, proposte per una rifondazione, di Dominique Rousseau, in questa rivista on line, 22.10.2020.

[2]Gli Italiani e i corpi intermedi. Il ruolo, i problemi e i compiti nella società italiana”, indagine a cura di: Ipsos, Fondazione Astrid, Fondazione Sussidiarietà, ottobre 2020. Risultati su http://www.astrid-online.it/ .

[3]La disaffezione verso la democrazia: gli italiani la vogliono più «diretta»”, di Dario Di Vico, su Il Corriere della Sera on line del 14.10.2020.

[4] Michele Ainis, Il Regno dell’Uroboro. Benvenuti nell’epoca della solitudine di massa. La Nave di Teseo editore, 2018.

[5] Luciano Floridi, La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo, Raffaello Cortina Editore, 2014.

[6] Samuel Warren e Louis Brandeis, The Right of Privacy, articolo del 1890 pubblicato sulla Harward Law Review: “la protezione offerta a pensieri, sentimenti ed emozioni (…) è solo un’istanza dell’applicazione di un diritto più generale dell’individuo a essere lasciato indisturbato. È come il diritto a non essere aggredito o colpito, il diritto a non essere imprigionato, il diritto a non essere malevolmente perseguitato, il diritto a non essere diffamato. (…) Il principio (…) è in realtà non il principio di proprietà privata, ma quello della personalità inviolata. Il diritto di privacy, in quanto parte del più generale diritto all’immunità della persona, il diritto alla propria personalità.”

[7] Robert N. Proctor, Londa Schiebinger, Agnotology: The Making and Unmaking of Ignorance, Stanford University Press, 2008.

[8] Giovanni Fiandaca, intervento nel corso del convegno “Confronto sul Manifesto del diritto penale liberale e del giusto processo”, Caltanissetta 13.09.2019: «Il diritto penale è diritto costituzionale concretizzato, quindi sarebbe necessario introdurre l’obbligo di maggioranze qualificate per approvare leggi in materia penale di tipo restrittivo».

[9] Sul tema di “fuori ruolo” l’Unione Camere Penali Italiane è più volte intervenuta in modo fortemente critico, non ultimi Il Ministero della Giustizia sia restituito a chi è democraticamente eletto, 15.05.20, Riforma dell’ordinamento giudiziario e della magistratura: le articolate proposte dell’Unione, 24.06.20, in www.camerepenali.it.

[10] Francesco Petrelli, Relazione del Segretario, pagine 10 e 11,  al XVII Congresso ordinario dell’Unione Camere Penali Italiane, “Il buio oltre la siepe. La difesa delle garanzie nell’epoca dei populismi”, Sorrento 2018, in www.camerepenali.it.

[11] Francesco Petrelli, Relazione del Segretario, nota pagina 11 con citazione di M. Weber, Economia e società, Comunità, Milano 1968, Parte I, capitolo III, § 5, p. 218: “alla lunga il consigliere competente quasi sempre ha la meglio nel mandare ad effetto la propria volontà, sull’incompetente diventato ministro”, in www.camerepenali.it, al XVII Congresso ordinario dell’Unione Camere Penali Italiane, “Il buio oltre la siepe. La difesa delle garanzie nell’epoca dei populismi”, Sorrento 2018.

[12] Francesco Cossiga, Sulle riforme istituzionali in ragione della inadeguatezza dell’apparato istituzionale, 26.06.1991, messaggio alle Camere del Presidente della Repubblica ai sensi dell’art. 87 co. 2 Cost., in www.legislature.camera.it.

[13] Antonello Soro, Democrazia e potere dei dati, edizioni Baldini e Castoldi, 2020, recensione di Gaetano Pecorella sulla rivista “Il diritto dell’informazione e dell’informatica”, numero 1 del 2020, pagine 159-163, Giuffré Francis Lefebvre editore.

[14] In tal senso, vedi il confronto UCPI con alcune forze vive in “DIRITTI, LIBERTÀ, ECONOMIA: I danni collaterali della giustizia penale in Italia. Idee liberali per una riforma non più rinviabile”, del 13 e 14 novembre 2020, in www.camerepenali.it e sul canale YouTube Camere Penali TV.

[15] Francesco Petrelli, Relazione del Segretario al XVI Congresso Ordinario UCPI, paragrafo “L’identità dell’Unione”, pag. 12, in www.camerepenali.it.

[16] «Il Sinedrio è sempre fedele a sé stesso, ricco di devoto ossequio al passato scambiato per fedeltà alla tradizione, povero di profezia» tratto da Bellezza del gaudio evangelico. Al centro della vita Cristiana, di Giulio Cirignano, edizioni Mauro Pagliai, 2017.