LE RAGIONI DELLA RIFORMA – INTERVISTA A ALFONSO D’AVINO
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Referendum sulla giustizia. Le ragioni della riforma
Non vi è (rectius: non vi sarebbe) nulla di strano che la riforma fosse appoggiata indipendentemente dal proprio credo politico, giacché i valori che essa esprime, e da cui muove i passi, sono valori di civiltà e non valori comprimibili in aree ideologiche.
Intervista a Alfonso D’Avino
Procuratore capo presso la Procura della Repubblica di Parma
(a cura della redazione di Diritto di Difesa)
La riforma è stata spesso rappresentata come uno spartiacque epocale. Ritiene che la separazione delle carriere segni un completamento del modello accusatorio o una rottura con la tradizione costituzionale, che ad alcuni è apparsa persino eversiva?
Il modello accusatorio disegnato dal Legislatore del 1989 è rimasto a lungo “monco”, in attesa di un completamento che non è mai arrivato, nella speranza di poter coniugare la tradizione italiana con modelli di cultura soprattutto anglosassone.
Fino ad un certo punto questo tentativo ha retto, ma forse è venuto il momento di portare a compimento quell’antico disegno del triangolo tra Accusa, Difesa, Giudice terzo.
Quanto alla Costituzione – al di là dell’odierna riforma – ritengo errato volerla considerare intoccabile ed immutabile, quasi fosse una cosa sacra.
La riforma viene tacciata di essere in violazione della Costituzione, di costituire una sorta di tradimento della volontà dei Padri costituenti, ma questo è frutto di una visione totemica di un testo che nessuno ha mai considerato inviolabile.
In che misura la separazione delle carriere può rafforzare il principio di terzietà del giudice e la cultura della giurisdizione, come previsto dall’art. 111 Cost.?
Con la premessa che – di fatto – il passaggio da una funzione all’altra da tempo ormai è difficile (cosa su cui tutti convengono) e con la premessa che la separazione delle carriere è lo spauracchio agitato ogni volta che si presentava un episodio di malagiustizia (errore giudiziario; sentenza politicizzata; e così via), oggi – soprattutto alla luce della mediaticità di tutto ciò che riguarda il sistema giustizia ed il processo penale – emerge forse con maggiore forza l’esigenza di una distinzione tra chi accusa e chi giudica.
Con ciò non si vuol dire che oggi il Giudice sia appiattito sulle posizioni del Pubblico Ministero, ma certamente garantire anche visivamente una distinzione tra le due figure può servire a ridare alla Magistratura (nel suo complesso) quella credibilità e quel prestigio che senza dubbio sono state offuscate da scandali e comportamenti inappropriati.
Avverte il rischio di una sottoposizione del PM all’esecutivo o di una menomazione all’indipendenza della magistratura?
Assolutamente no.
Nella Costituzione ante-riforma i pilastri normativi sono due:
- L’art. 101 della Costituzione, secondo cui “i giudici sono soggetti soltanto alla legge”
- l’art. 107 della Costituzione, secondo cui “il P.M. gode delle garanzie stabilite nei suoi riguardi dalle norme sull’ordinamento giudiziario” non dice “i magistrati sono soggetti soltanto alla legge”.
Ebbene, nessuna di queste due norme viene toccata dalla riforma.
Se qualcuno – non si sa sulla base di quali poteri divinatori – ritiene che con la riforma il PM sarà assoggettato all’esecutivo, ebbene sappi che neanche oggi (a differenza del Giudice) il PM è soggetto soltanto alla legge, e dunque, in via di pura astrazione, già oggi qualcuno che lo volesse potrebbe sottomettere il PM.
Ma c’è di più.
Con la riforma, l’art. 87 Cost. – nell’elencare poteri e compiti del Presidente – prevede che il Presidente della Repubblica “presiede il Consiglio superiore della magistratura giudicante e il Consiglio superiore della magistratura requirente”. Quindi al massimo garante della Costituzione è riservato il compito di presiedere i due CSM.
Si parla di due CSM, due organi di autogoverno. È una maggiore garanzia di indipendenza o un rischio di duplicazione corporativa?
L’aver riservato – come appena visto – al Presidente della Repubblica la presidenza di entrambi i Consigli costituisce la migliore forma di garanzia che si potesse pretendere.
Quanto ai profili corporativi, se si vuol dare una accezione negativa a tale termine, essi possono essere ravvisati senza dubbio nelle c.d. pratiche a tutela, che il Consiglio Superiore è abituato ad aprire ogni volta che un Magistrato viene attaccato (rectius: criticato) per qualche provvedimento o qualche comportamento, critica che viene vissuta come una invasione di campo. Le pratiche a tutela costituiscono l’ulteriore causa della insofferenza sempre maggiore che la gente nutre nei confronti della Magistratura, perché sono vissute come una difesa della casta intoccabile.
La riforma si accompagna alla previsione di un’Alta Corte disciplinare. È un passo verso una maggiore trasparenza o un possibile vulnus per l’autonomia?
Anche qui una premessa: se la Magistratura godesse ancora di quel prestigio goduto (ad esempio) ai tempi di tangentopoli, forse non ci sarebbe stato bisogno né dell’Alta Corte né – a fortiori – del sorteggio.
Ed invece l’uno e l’altro sono diventati degli strumenti necessari, anche nell’interesse della Magistratura, perché il correntismo ha generato nella gente il convincimento che qualunque nefandezza verrebbe sempre coperta dal Consiglio Superiore.
Al di là del fatto che questo convincimento sia fondato o meno, vi è l’esigenza che anche l’aspetto disciplinare sia affidato ad organismi più terzi rispetto all’organo di autogoverno.
Basti pensare al c.d. scandalo-Palamara: il sistema che è emerso dalle chat del dott. Palamara sembrava presagire ad un cataclisma che avrebbe dovuto letteralmente seppellire intere generazioni di Magistrati. Ed invece – dopo una sorta di autodecalogo che la Magistratura si è data per valutare quel che doveva considerarsi illecito – sono stati puniti Magistrati in un numero che si conta sulle dita di una sola mano.
Non teme che l’attuale dibattito, più che sul merito della riforma, sia divenuto eccessivamente polarizzato, segnato da paure e retaggi di categoria?
La Magistratura si è chiusa a riccio, chiamando a raccolta tutte le correnti che – al di là delle obiettive differenti posizioni “culturali” – si sono coalizzate tutte in nome di una difesa ad oltranza dell’esistente, a partire da quella vera e propria “carnevalata” (mi si lasci passare il termine poco accademico) che ha avuto luogo in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, con tanto di esibizione della triade toga-coccarda tricolore-costituzione.
Come valuta la tesi secondo cui la separazione indebolirebbe il “corpo intermedio” della magistratura e la sua unità democratica?
Questa posizione è anch’essa frutto di un pregiudizio ideologico.
La separazione è in funzione del processo e non di una scelta di campo o di una scelta di vita.
Il duplice Consiglio Superiore sarà chiamato a coordinare i propri componenti, a promuoverne l’attività, ad organizzarne il lavoro: ciascuno sarà tutelato nell’ambito del corpo di appartenenza.
C’è un rischio che la riforma, pur nobile nelle intenzioni, venga strumentalizzata nella dialettica politica e perda il suo significato istituzionale?
Questo rischio c’è ed è forte.
Lo dimostra il fatto che l’ANM si è fatta promotrice del fronte del no e che stia chiamando a raccolta persone che nulla sanno dell’argomento: all’ultima assemblea dell’Associazione erano presenti personaggi mediatici chiamati a fare da testimonial del fronte del no, senza che nessuno riuscisse ad uscire dalle ormai solite argomentazioni sull’assoggettamento del P.M. all’esecutivo.
Quale valore attribuisce alla separazione delle carriere in termini di tutela dell’imparzialità del giudice e di equilibrio fra poteri?
Si è sempre detto che “il Magistrato non solo deve essere indipendente, ma deve anche apparire indipendente”.
Parafrasando questo concetto, si può sostenere che “il Giudice non solo deve essere imparziale, ma deve anche apparire tale”.
E quale modo migliore per apparire imparziale, che fare anche un percorso professionale autonomo rispetto al Pubblico Ministero?
Certamente il Pubblico Ministero è, e sarà sempre, un funzionario pubblico, come tale non (pienamente) assimilabile al Difensore: ma questa è a sua volta una garanzia per la parte privata, che dovrà vedere nel Pubblico Ministero non il suo avversario, ma il leale contraddittore che non dovrà esitare a raccogliere prove anche in suo favore.
Qual è, secondo lei, l’elemento più frainteso del progetto di riforma?
Il sorteggio.
Esso è visto come il peggiore vulnus per l’onorabilità dei Magistrati, in quanto la previsione del sorteggio dovrebbe equivalere a ritenere i Magistrati non in grado di scegliere i propri rappresentanti in seno all’organo di autogoverno.
Così opinando, però, la Magistratura associata non si accorge (o finge di non accorgersi) che il sorteggio è la certificazione (ulteriore) del clima di sfiducia di cui essa si è circondata.
Se infatti l’elezione dei rappresentanti ha finito per “generare la degenerazione correntizia”, ecco che non c’è alternativa al sorteggio, inteso evidentemente come ultima spiaggia per sperare che il correntismo (magnificamente ed amaramente esposto dal dott. Palamara nei suoi due libri) non oscuri più l’immagine di una delle attività più nobili che la società possa esprimere.
Ritiene che la separazione delle carriere sia una battaglia riconducibile soltanto alla destra politica, o piuttosto un tema che attraversa anche il pensiero riformista e le culture giuridiche garantiste di ispirazione progressista?
Prima che di destra, il garantismo (inteso in senso ampio come garanzia per i più deboli) era di sinistra.
Non vi è (rectius: non vi sarebbe) nulla di strano che la riforma fosse appoggiata indipendentemente dal proprio credo politico, giacché i valori che essa esprime, e da cui muove i passi, sono valori di civiltà e non valori comprimibili in aree ideologiche.
Se però lo scontro si dovesse radicalizzare in nome della propria appartenenza all’uno o all’altro schieramento politico, l’esito referendario sarebbe legato alla forza persuasiva di portare la propria gente al voto.
Si spera invece che il confronto si svolga lealmente sui temi della riforma.
Ovviamente, quando parlo di “temi” mi riferisco ai temi veri e non ai simulacri ideologici che sono stati messi in campo, soprattutto dal fronte del no al solo fine di terrorizzare la gente, facendo credere – ad esempio – che la riforma si tradurrebbe in minori garanzie per il cittadino.